Essere coach o fare il coach?

La chiave del successo per un coach Il coaching è uno strumento di sviluppo sempre più apprezzato, tanto in azienda quanto dai singoli individui, così non è strano che assieme alla richiesta di interventi di coaching da parte dei clienti, in parallelo stia aumentando anche la richiesta di formazione di coaching da chi desidera diventare coach, o apprenderne le competenze.

Esiste una differenza fondamentale rispetto al modo in cui si intraprende una formazione qualificata, ed è una differenza che molto spesso determina il successo professionale perché in primo luogo determina il successo dei propri coachee.

Sto parlando della differenza fra coloro che fanno coaching, e coloro che sono coach.

Fra il dire ed il fare …

Pochi giorni fa, alla Coaching Expo a Milano, sono stato avvicinato da una persona che mi ha chiesto informazioni sui vantaggi che derivano dall’acquisire una credenziale ICF. Per poterlo aiutare al meglio, naturalmente ho cercato di capire di più sul suo background e la sua attività. Il mio interlocutore, dopo aver dichiarato di essere coach da oltre vent’anni (ICF stessa non esiste da questo lasso di tempo), ha dimostrato a più riprese di non ascoltare le mie spiegazioni anche se ripetute in modalità diverse. Una persona che non sa ascoltare magari si venderà come coach, ma sicuramente non lo è.

La International Coach Federation (ICF), nel suo Codice Etico, definisce il coaching come “una partnership con i clienti che .. [li ispira] a massimizzare il proprio potenziale personale e professionale.” Chi fa coaching professionale, in accordo a questo approccio, mette in pratica undici competenze chiave su cui si è formato. Questo fra l’altro vuol dire che il coach non fornisce contenuti al posto del cliente, o stabilisce quali considerazioni del partner abbiano merito e quali no. Il coach fa parte del team, coach – coachee, che lavora congiuntamente per raggiungere gli obiettivi del cliente, sostenendolo nel modo più efficace durante il percorso che porta al successo.

Se guardiamo all’evoluzione del coaching nelle organizzazioni, la richiesta iniziale era quella di aumentare la performance dei coachee. Si parlava di prestazioni, di produrre migliori risultati, secondo una logica di efficienza: aumentiamo il risultato prodotto. Non a caso quello che è stato il primo libro di coaching a raggiungere il successo, scritto da John Whitmore, nell’originale inglese si chiama Coaching for Performance.

Dal dentro al fuori

Man mano che il coaching si è sviluppato, tuttavia, è divenuto sempre più chiaro che il fare, il compiere azioni nel mondo concreto, non dipende solo da quanto facciamo all’esterno. È un processo inside-out, origina dall’essere della persona, e pertanto qualsiasi azione di cambiamento che si focalizza solo sull’esterno è destinata ad incontrare difficoltà, se non addirittura a fallire. Per questo sempre più spesso le richieste delle organizzazioni sofisticate nel proprio utilizzo di processi di coaching sono di developmental coaching, cioè coaching per lo sviluppo. L’attenzione non è più tanto sull’efficienza delle azioni, bensì sullo sviluppo delle forze di una persona, sulla concretizzazione del suo potenziale.

Recentemente ho chiuso un percorso di coaching con un manager che, da responsabile della sua funzione, era stato promosso Direttore Generale. Il brief, così come inizialmente proposto dal CEO, voleva migliorare le sue capacità comunicative e relazionali. Ma ne abbiamo parlato, a tre, e convenuto che l’obiettivo finale in realtà stava nel gestire con successo la nuova posizione. Per fare questo, in modo autentico e naturale, durante il percorso il coaching partner ha sviluppato atteggiamenti interiori che non avevano precedentemente ricevuto tutto lo spazio che meritavano, prima ancora di dedicarsi agli skill esteriori connessi.

Naturalmente, il principio che quanto facciamo dipende da chi siamo e dal nostro atteggiamento interiore, si applica anche alle professione del coach. Conosco coach professionisti che applicano con competenza modelli e strumenti, ed ottengono dai loro coachee buoni passi avanti che generano risultati positivi. Ma per quanto mi riguarda, i coach che riescono davvero ad ispirare i propri partner a massimizzare il proprio potenziale, lo fanno in virtù di chi sono: è il loro impatto come essere umano autentico e sviluppato che fa la differenza.

Il fare si sviluppa, più facilmente e più armoniosamente, in accordo a quanto si sviluppa l’essere. E questa è la chiave per il tuo successo professionale se deciderai di formarti come coach: non limitarti ad acquisire competenze e strumenti, che pure sono necessari.

Vai oltre, cresci te stesso.

 

photo © ihave3kids

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